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Riforma Orlando e processo penale – Le riforme in tema di impugnazioni

Riforma Orlando e processo penale - Le riforme in tema di impugnazioni

Avv. Carlo Delfino

Riforma Orlando e processo penale – Le riforme in tema di impugnazioni

L’amplio novum normativo intervenuto con la l. 23 giugno 2017 n. 103 entrata in vigore il 3 agosto 2017 (c.d. ‘Legge Orlando’) ha inciso anche in materia di impugnazioni.
In primo luogo, il potere di impugnazione è stato lasciato all’imputato solo in caso di ricorso in Appello e non più in Cassazione.

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Secondariamente, si è provveduto ad una riforma ‘integrativa’ dell’art. 581 c.p.p. (‘Forma dell’impugnazione’).
A ben vedere, la reale novità è data dalla nuova lettera B che ora impone al ricorrente anche la enunciazione specifica nell’atto “delle prove delle quali si deduce l’inesistenza, l’omessa assunzione o l’omessa o erronea valutazione”.

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Tale modifica – a prima vista – dovrebbe comportare una maggiore attenzione, nel redigere l’atto, nel vagliare il compendio probatorio del processo, censurando la sentenza gravata per aver apprezzato prove invece considerate inesistenti o per non averne considerate altre o ancora – se pur assunte le prove – per non averle valutate o per averle valutate erroneamente.

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La specifica enunciazione nel ricorso degli elementi di cui alle lettere A, B, C e D dell’art. 581 è a pena di inammissibilità. Tuttavia questo riferimento alla inammissibilità appare sostanzialmente sovrabbondante, perché già l’art. 591 c.p.p. (non toccato dalla riforma) prevede l’inammissibilità dell’impugnazione qualora non siano state osservate, tra le altre, tutte le disposizioni dell’art. 581.

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Questo maggior onere di specificità dell’impugnazione è speculare ai requisiti più stringenti richiesti per la redazione della sentenza nel novellato art. 546 c.p.p. con la nuova formulazione della lettera E.

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Più precisamente, la sentenza dovrà ora contenere non più “l’indicazione delle prove poste a base della decisione”, ma “l’indicazione dei risultati acquisiti e dei criteri di valutazione della prova adottati”.

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E ciò “con riguardo: 1) all’accertamento dei fatti e delle circostanze che si riferiscono all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica; 2) alla punibilità e alla determinazione della pena, secondo le modalità stabilite dal comma 2 dell’art. 533, e della misura di sicurezza; 3) alla responsabilità civile derivante dal reato; 4) all’accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norme processuali”.

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Quindi, ictu oculi, sembra intendersi che se, da un lato, in sentenza il Giudice dovrà rendere conto dei criteri adottati per la valutazione delle prove e dovrà spiegare perché non ha ritenuto attendibili le prove contrarie, da un altro, il ricorrente dovrà enunciare le prove da lui ritenute inesistenti (e ritenute invece sussistenti nella sentenza) e dovrà censurare l’omessa assunzione o l’omessa o erronea valutazione di prove a suo discarico.

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Infine, in caso di ricorso in Cassazione da parte del Procuratore Generale presso la Corte di Appello, il nuovo comma 1 bis dell’art. 608 c.p.p. ha disposto che, qualora il Giudice di Appello abbia pronunciato una sentenza di conferma del proscioglimento di primo grado (c.d. “doppia conforme”), il ricorso potrà essere proposto solo per i motivi di cui alle lettere A, B e C del comma 1 dell’art. 606; in tal modo escludendo i casi di mancata assunzione di una prova ritenuta decisiva e di mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della pronuncia. Il ricorso risulterà quindi essere limitato agli stretti motivi di diritto.

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Non si può non cogliere in quanto sopra esaminato (impossibilità per l’imputato di ricorrere personalmente in Cassazione, maggiore specificità dei ricorsi, limitazione dell’ambito del ricorso in Cassazione da parte del P.G. della Corte di Appello in caso di precedente doppio proscioglimento dell’imputato) una precisa volontà deflattiva da parte del Legislatore.

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Intenzione ancor più confermata dalla reintroduzione (con l’art. 599 bis c.p.p.) del ‘concordato anche con rinuncia dei motivi di appello’, istituto abrogato dalla l. n. 125/08 ed in precedenza previsto dai commi 4 e 5 dell’art. 599 c.p.p (c.d. ‘patteggiamento in Appello’).

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Grazie a tale reintrodotto istituto, in caso di intesa tra le parti che comporti un accordo sull’accoglimento in tutto o in parte dei motivi di appello con rinuncia ad altri eventuali motivi, il Giudice, in caso di accoglimento della richiesta, potrà rideterminare la pena in misura più favorevole per l’imputato. A differenza dell’istituto abrogato, l’art. 599 bis comma 2 esclude dal concordato una serie di reati considerati di particolare allarme sociale (esclusione ‘oggettiva’), nonchè i soggetti dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza (esclusione ‘soggettiva’).

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Peraltro, simile intenzione deflattiva (e, potremmo dire, ‘intimidatrice’) si può rilevare nella riforma dell’art. 616 c.p.p. che ha previsto, in caso di declaratoria di inammissibilità del ricorso in Cassazione, la condanna della parte ricorrente al pagamento in favore della cassa delle ammende di un importo fino ad € 6.195,00 (prima erano € 2.065,00) “tenuto conto della causa di inammissibilità del ricorso”.

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