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Riforma Orlando e Diritto Sostanziale Penale – L’estinzione del reato per condotte riparatorie

Riforma Orlando e Diritto Sostanziale Penale - L'estinzione del reato per condotte riparatorie

Avv. Carlo Delfino

La l. 23 giugno 2017 n. 103 entrata in vigore il 3 agosto 2017 (c.d. ‘Legge Orlando’) ha introdotto nel codice penale il nuovo art. 162 ter (“estinzione del reato per condotte riparatorie”).

Riforma Orlando e Diritto Sostanziale Penale – L’estinzione del reato per condotte riparatorie

DVIuris Law Firm – Studio Legale Cassino

STRUTTURA DELLA NORMA

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Nei soli casi di reati perseguibili a querela di parte soggetta a remissione, il Giudice può dichiarare estinto il reato – sentite le parti e la persona offesa – quando l’imputato, entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, abbia integralmente riparato il danno cagionato dal reato – mediante le restituzioni o il risarcimento – ed eliminato, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato medesimo.

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Il risarcimento del danno potrà essere riconosciuto anche in seguito ad offerta reale, ai sensi degli artt. 1208 e seguenti c.c., formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il Giudice riconosca la congruità della somma offerta.

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L’imputato, laddove dimostri di non aver potuto adempiere, per fatto a lui non imputabile, entro la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, può chiedere al Giudice la fissazione di un nuovo termine non superiore a 6 mesi per corrispondere – anche ratealmente – quanto da lui dovuto a titolo di risarcimento.

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Il Giudice – se accoglie la richiesta – sospende il processo, con sospensione del corso della prescrizione, fissando l’udienza successiva alla scadenza del termine stabilito e comunque non oltre 90 giorni dalla predetta scadenza, imponendo specifiche prescrizioni. Si applica altresì l’art. 240 comma 2 c.p. in materia di confisca.

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Il nuovo istituto è applicabile anche ai giudizi in corso al momento di entrata in vigore della norma. In tal caso sarà onere dell’imputato presentare, alla prima udienza utile, un’istanza di rinvio del giudizio non superiore a 6 mesi onde provvedere al risarcimento.

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CRITICITA’ INTERPRETATIVE ED APPLICATIVE

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Il nuovo istituto ha evidenti finalità deflattive e riprende analogo istituto già presente nella giurisdizione penale di pace e regolato dall’art. 35 D. Lgs. 274/2000.
Tuttavia chi scrive ritiene che, per soddisfare le su dette finalità di deflazione processuale, esso abbia un ambito di applicazione troppo limitato.

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Infatti, nel caso di reati perseguibili solo a querela non rimettibile, se esiste una volontà delle parti di addivenire ad un accordo, questo si può raggiungere – con relativa remissione di querela – prima dell’apertura del dibattimento e, in ogni caso, fino alla sentenza definitiva.
L’istituto potrebbe essere eventualmente applicabile solo in quei casi in cui la persona offesa non abbia inteso arrivare ad una composizione transattiva, ma il Giudice penale ritenga in ogni caso congrua l’offerta reale dell’imputato.

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Vi è peraltro da aggiungere che – almeno ad esperienza dello scrivente – il citato art. 35 non è stato finora di larga applicazione nella pratica processuale avanti al Giudice di pace penale.
A fini effettivamente deflattivi, sarebbe stato necessario applicare l’istituto anche ai reati contro il patrimonio (di non particolare gravità) perseguibili di ufficio: questo prevedeva l’originaria proposta di legge, che però è decaduta durante l’ iter di approvazione parlamentare, limitando così notevolmente l’ambito di reale applicabilità dell’istituto.

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Ugualmente, per cercare di aumentare l’efficacia deflattiva, si sarebbe potuto applicare l’istituto pure in favore dell’indagato e non del solo imputato dopo l’esercizio dell’azione penale.
Infatti la condotta riparatoria avrebbe potuto concretizzarsi in fase di indagine ed anche a seguito di avviso di conclusione delle indagini stesse e, se positivamente esperita, il Giudice avrebbe potuto disporre l’archiviazione del procedimento per estinzione del reato, ex art. 411 c.p.p., in virtù dell’esito positivo della condotta riparatoria.

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Un serio problema potrebbe inoltre porsi in ordine alla esperibilità di un’azione di risarcimento civile della persona offesa dopo l’emissione della sentenza di estinzione del reato ex art. 162 ter c.p. ed a seguito di suo passaggio in giudicato.
Infatti, trattandosi di pronuncia di non doversi procedere per estinzione del reato ex art. 531 c.p.p. e non di assoluzione ex art. 530 c.p.p., essa non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile di danno ex art. 652 c.p.p..

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In ambito di art. 35 nei giudizi avanti il Giudice di pace penale, la Corte di Cassazione (Cass. Pen. V, n. 2656/14, IV, n. 75/15, SS.UU.,n. 33864/15) ha ritenuto che non siano pregiudicati i diritti risarcitori della persona offesa, in quanto la mancata statuizione sul ‘danno civile’ comporta che la sentenza di estinzione del reato non rivesta autorità di giudicato nel giudizio civile per le restituzioni o il risarcimento del danno, la cui valutazione va devoluta ad un giudice civile.

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La questione è interessante e vi è stato anche un contrasto giurisprudenziale, al punto che sono dovute intervenire le SS.UU. della S.C..

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Tuttavia, ad avviso dello scrivente, l’art. 162 ter contiene un elemento nuovo non presente nell’art. 35 esaminato dalla citata giurisprudenza: l’imputato, onde poter usufruire di una sentenza dichiarativa di estinzione del reato, deve riparare il danno cagionato dal reato medesimo – mediante risarcimento o restituzioni – in maniera integrale.

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A questo punto, se il Giudice ritiene che, anche a seguito di offerta reale, i danni patiti dalla persona offesa (danni da reato sia patrimoniali che non patrimoniali ex art. 185 comma 2 c.p.) siano stati integralmente risarciti, viene da chiedersi per il risarcimento di quali danni il danneggiato (risarcito, come visto, ‘integralmente’ secondo il Giudice penale) potrebbe agire in sede civile.

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Esemplificando, nella fattispecie di appropriazione indebita non aggravata procedibile a querela di parte, qualora l’imputato abbia integralmente restituito la somma di danaro della quale è stato accusato di essersi appropriato, con i relativi interessi, per il risarcimento di quali ulteriori danni la persona offesa potrebbe agire in sede civile ?

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Forse il Legislatore, vista la peculiarità del nuovo istituto di diritto sostanziale, avrebbe dovuto regolamentare (nel Titolo I del Libro X del c.p.p.) l’efficacia, nel giudizio civile di danno, della sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato a seguito di integrale riparazione del danno stesso cagionato dal reato, così come ha fatto – a mezzo dell’art. 651 bis – in tema di efficacia della sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto nel giudizio civile o amministrativo di danno.

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Il Legislatore non ha poi previsto una specifica disciplina procedurale e ciò non fa che aumentare i problemi in ordine all’applicabilità della presente norma di diritto sostanziale nell’ambito del giudizio.
In primo luogo, nulla è stato disposto circa l’applicazione dell’ istituto della riparazione estintiva in ambito di decreto penale di condanna.

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L’art. 460 c.p.p. non è stato modificato inserendovi l’avviso all’imputato di poter usufruire – qualora scelga di opporsi chiedendo il giudizio immediato – di una sentenza di estinzione del reato attraverso la realizzazione di una condotta riparatoria entro la dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.
Si potrebbe quindi profilare un elemento di incostituzionalità, considerata la differente disciplina dell’istituto in argomento con quella dell’oblazione che può essere richiesta in sede di opposizione al decreto penale di condanna.

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E’ vero che l’imputato, a seguito di opposizione al decreto e richiesta di celebrazione del rito immediato, potrebbe sempre porre in essere una condotta riparatoria entro la dichiarazione di apertura del dibattimento, ma chi scrive ritiene che egli dovrebbe in ogni caso essere avvisato formalmente di detta opportunità già in sede di emissione del decreto, così come viene avvisato – dal decreto – di poter chiedere il giudizio abbreviato od il patteggiamento.

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Inoltre, l’art. 162 ter prevede che la persona offesa debba essere ‘sentita’; ma mancando una disciplina processuale, non sono noti criteri e formalità di detta audizione.
La nuova norma prevede che il Giudice possa dichiarare estinto il reato “all’esito positivo delle condotte riparatorie”, ma non specifica quali siano i criteri valutativi che egli dovrà seguire per ritenere sufficiente la condotta riparatoria posta in essere dall’imputato, mentre il cit. art. 35 prevede che la condotta riparatoria e risarcitoria debba essere idonea a soddisfare le esigenze di prevenzione e riprovazione del reato (formula, peraltro, anch’essa alquanto sibillina: cosa deve intendersi per esigenza di ‘riprovazione’ del reato?).

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Così lasciando amplissimo margine alla discrezionalità del magistrato giudicante il quale, per poter valutare la congruità di risarcimento o restituzione, non potrà oltretutto nemmeno prendere visione degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del P.M..
In caso di valutazione negativa della condotta riparatoria, la norma non specifica la forma che dovrà assumere il provvedimento di rigetto (ordinanza o decreto?) e se, in caso di decreto, questo debba essere motivato a pena di nullità.

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Verrebbe, a chi scrive, di propendere per l’utilizzo della forma del decreto, non prevedendo l’art. 162 ter un reale contraddittorio tra le parti prima della decisione del Giudice in quanto, ad esempio, la persona offesa non ha alcun potere di veto.
La questione non è di poco conto, perché il provvedimento giudiziale di rigetto della proposta condotta riparatoria sarebbe appellabile ex art. 586 c.p.p. (unitamente all’impugnazione dell’eventuale sentenza di condanna nel merito) solo se assumesse la forma di ordinanza.

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Non è inoltre previsto se, non accolta la proposta di condotta riparatoria, l’imputato possa usufruire di altri riti premiali.
Infine, un interprete, nell’ambito di uno dei primissimi commenti alla riforma (O. Murro: “La riparazione del danno come causa estintiva del reato” in “La Riforma Orlando” a cura di G. Spangher, Pacini Editore, 2017, pag. 53) ha criticato l’assenza di una previsione di incompatibilità del Giudice nell’ipotesi di esito negativo della condotta riparatoria, perché l’adempimento della riparazione, l’audizione delle parti e della persona offesa, la valutazione della condotta e dell’integralità del risarcimento potrebbero aver minato la sua imparzialità.

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Tuttavia lo scrivente è dell’avviso che detto pericolo possa non sussistere in quanto il Giudice, nel rigettare la proposta di condotta riparatoria, ha esaminato la vicenda, ictu oculi, solo dal punto di vista della congruità di questa rispetto al danno subìto dalla persona offesa, senza essere entrato nel merito della vicenda; la quale, peraltro, non può conoscere in tutti i suoi particolari prima della dichiarazione di apertura del dibattimento.

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In conclusione, a giudizio di chi scrive, il nuovo istituto introdotto dall’art. 162 ter c.p., oltre a rischiar di risultare di dubbia efficacia deflattiva, potrà porre in futuro anche seri problemi applicativi ed interpretativi, soprattutto in ordine agli ambiti di proponibilità, in sede civile, di un’azione di risarcimento del danno derivante dal reato pur a seguito di una sentenza penale passata in giudicato che, al contrario, abbia riconosciuto l’integrale riparazione del danno medesimo attraverso le restituzioni o il suo risarcimento.

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