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Vietata la concorrenza sleale tra avvocati

Vietata la concorrenza sleale tra avvocati

Avv. Maurizia Venezia

Vietata la concorrenza sleale tra avvocati

L’avvocato che, lasciato uno studio legale, ne storni i dipendenti e si appropri illegittimamente del know how accedendo abusivamente al sistema informatico, oltre agli ordinari illeciti, compie anche atti di concorrenza sleale, al pari di qualsiasi altro imprenditore (Tribunale di Milano – Sezione Specializzata in materia di impresa – n.6359/2017 del 6/06/2017).

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Il caso: attraverso indagini compiute dai titolari dello studio legale, sarebbe emersa ad opera dell’avvocato convenuto l’intrusione illecita nel sistema informatico dello Studio, la riproduzione integrale del suo archivio, l’indebita appropriazione dell’intero know how, nonché la riproduzione fotostatica selettiva di documenti personali e privati di componenti dello Studio e di terzi ed il compimento di un complesso di attività volte a sviarne i clienti contattandoli e incontrandoli personalmente, tentando di convincerli a seguirlo nella sua nuova “avventura professionale”.

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Il quesito intorno a cui si è snodata l’intera controversia è l’applicabilità agli avvocati della normativa sulla concorrenza sleale, nata e concepita per sanzionare gli atti idonei a danneggiare l’altrui azienda e contrari ai principi della concorrenza professionale compiuti dagli imprenditori (artt. 2598 e ss cc).

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La decisione e le sue motivazioni: il Tribunale di Milano, superando le tesi difensive del professionista, volte a negare sia gli abusi contestati che la loro riferibilità alla normativa in materia di concorrenza sleale di cui all’art 2598 cc, ha giustamente aderito agli orientamenti comunitari, volti a ricondurre la figura del professionista avvocato nelle nozione di imprenditore: lo stesso offre, dietro corrispettivo, servizi di assistenza legale consistenti nella predisposizione di pareri, di contratti o di altri atti nonché nella rappresentanza e nella difesa in giudizio; al contempo assume i rischi finanziari relativi all’esercizio di tali attività poiché, in caso di squilibrio tra le spese e le entrate, l’avvocato deve sopportare direttamente l’onere dei disavanzi.

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Svolge dunque un’attività economica e, pertanto, costituisce impresa ai sensi degli artt. 85, 86 e 90 del Trattato (Corte di Giustizia 23 aprile 1991, Hofner; Sent. 18 giugno 1998 Commissione contro Rep. Italiana relativa agli spedizionieri doganali).

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In tale ottica, secondo i Giudici milanesi, proprio la ratio della disciplina della concorrenza sleale, quale strumento di presidio del libero mercato, nella prospettiva costituzionalmente orientata della tutela della libertà d’iniziativa economica in quanto tutela anche dell’interesse della collettività, e, quindi, del benessere dell’ utente/consumatore, pare consentire di valorizzare – in funzione di un’interpretazione estensiva dell’istituto – l’elemento che accomuna i due ambiti dell’attività d’impresa e dell’esercizio della libera professione, ovvero il fatto che, tanto l’impresa, quanto lo studio professionale, sono realtà economiche ove si svolgono attività preordinate all’acquisizione ed alla conservazione di una stabile clientela, dunque di una “quota di mercato”; acquisizione e conservazione su cui certamente può incidere un atto di concorrenza sleale, senza che la dimensione dei mezzi preordinati al fine economico perseguito abbia alcuna rilevanza.

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E’ bene infatti ricordare come, accanto al permanere dei tradizionali principi della fiduciarietà del rapporto e della personalità della prestazione, si assista ad un superamento della considerazione dell’opera intellettuale come irrelata dal momento organizzativo, tenuto conto – come è stato osservato in dottrina – delle nuove tendenze verso la commercializzazione, la specializzazione e la socializzazione” evoluzione “assecondata dal formante normativo:

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(…) con l’introduzione, ad opera del D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 96, art. 16 e ss., recante attuazione della direttiva 98/5/CE, della possibilità di esercitare la professione di avvocato in forma societaria; con il venir meno – per effetto del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 2 … – del divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di professionisti”.

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E, si potrebbe oggi aggiungere, con la nuova legge professionale forense n. 247 /2012, che, oltre a consentire l’esercizio della professione in forma societaria (art. 16 e seg.) stabilisce all’art. 3 che “La professione forense deve essere esercitata con indipendenza, lealtà, probità, dignità, decoro, diligenza e competenza, tenendo conto del rilievo sociale della difesa e rispettando i princìpi della corretta e leale concorrenza”.

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