ESPORTAZIONE DI MACCHINARI ED IMPIANTI ALL’ESTERO: ATTENZIONE AI CONTRATTI

Avv. Maurizia Venezia      

Molto spesso vediamo aziende italiane dismettere parte della loro produzione, per difficoltà economiche, insuccesso nel settore, riconversione del ramo di azienda. Nella migliore delle ipotesi cedendo a realtà imprenditoriali estere i macchinari e/o gli impianti.

Altre volte l’esportazione di tali beni attiene all’attività principale dell’imprenditore.

Sovente tali cessioni non sono accompagnate da un contratto ad hoc, ma il tutto viene risolto in maniera meno “formale”, non certo con una semplice stretta di mano, ma con un semplice scambio di documenti (offerta, ordine, conferma d’ordine), che in genere fanno rinvio alle condizioni generali di vendita dell’una o dell’altra parte.

Effetti di tale discutibile prassi? La mancanza assoluta di certezza sulla disciplina applicabile al rapporto, specie per quanto riguarda i termini per la denuncia di eventuali vizi occulti, i termini esatti della relativa responsabilità, le norme applicabili ai ritardi nella consegna.

Sarebbe infatti consigliabile predisporre minuziosamente ed attentamente i contratti di cessione di macchinari ed impianti, chiarendone tutti gli aspetti e riconducendoli espressamente allo schema del contratto di compravendita o appalto.

Nel diritto italiano, il principale criterio per distinguere tra le due fattispecie attiene, in particolare, all’incidenza delle modificazioni richieste dall’acquirente, rispetto al prodotto standard del fabbricante: in caso di prodotto standard, con modifiche minori richieste dall’acquirente, si avrà una vendita (di cosa futura); se invece il macchinario o impianto viene sensibilmente modificato per rispondere alle specifiche esigenze dell’acquirente, si ricadrà nell’appalto.

Nel caso che ci occupa, la situazione si complica. Trattandosi di rapporti contrattuali che coinvolgono imprese con sede legale in paesi diversi si applicherà in linea di principio la Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale – United Nations Convention on Contracts for the International Sale of Goods(CISG) – in vigore per l’Italia dal 1° gennaio 1988.

Tale convenzione è infatti applicabile non soltanto nel caso in cui la controparte abbia sede in uno Stato che – come l’Italia – ha ratificato la convenzione, ma anche in ipotesi di acquirente di uno Stato non contraente, qualora la legge italiana sia comunque applicabile al contratto (e la legge italiana, in quanto legge del venditore/fornitore, potrebbe costituire la normativa applicabile in base alle norme di diritto internazionale privato della maggior parte degli ordinamenti giuridici, ove non derogata).

Quali gli aspetti su cui prestare maggiore cautela? Ai criteri posti per ricondurre la pattuizione allo schema della vendita o dell’appalto, visto che sono diversi da quelli previsti dal nostro diritto interno!

Per tale Convenzione, infatti, “I contratti aventi per oggetto la for­ni­tu­­ra di merce da fabbricare o pro­­­dur­re, sono da con­siderarsi ven­dite, a me­no che la parte che or­di­na la merce non deb­­ba for­nire una parte sostan­zia­le dei ma­­­te­riali ne­ces­­sari per ta­le fab­­bri­cazione o pro­duzione. 

Inoltre la Convenzione non si ap­plica ai contratti in cui la parte pre­­pon­de­ran­te degli ob­blighi del contraente che for­nisce la merce con­­si­ste nella prestazione di mano d’o­pera o di al­tri ser­­vi­zi.”

Purtroppo, troppo spesso, l’ardore imprenditoriale e l’insufficiente percezione dei rischi porta a ritenere superflua la predisposizione dell’indispensabile contratto di garanzia, esponendo così l’azienda a pericolose diatribe giudiziarie i cui costi rischiano di essere incalcolabili.


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